sabato

Carpe diem; cogli l'attimo. Capitolo ventidue.




Capitolo ventidue.

Andrea mi aprì lo sportello dell’auto con fare galante, invitandomi ad entrare.
“Dove vuoi andare?” mi domandò, con aria felice.
Lo guardai perplessa, corrugando palesemente il sopracciglio sinistro. Andrea non smetteva mai di stupirmi con il suo atteggiamento, continuava a sorprendermi, a comportarsi in maniera del tutto imprevedibile.
Durante l’intera mattinata era stato teso, palesemente preoccupato nonostante continuasse a mentire per tranquillizzarmi; ed ora, dopo aver appena compiuto quel gesto che sembrava pesargli tanto sul cuore, era più sereno che mai.
“Va tutto bene?” chiesi io, un po’ preoccupata da quel suo comportamento strano.
“Mai stato meglio” rispose, entrando anche lui nell’abitacolo.
Mi guardò, leggendo nel mio volto quell’evidente perplessità.
“Oh su Giulia, sono serio, davvero. Non sono impazzito. Mi ha fatto bene venire qua, forse era proprio quello di cui avevo bisogno.” aggiunse.
Continuai a fissarlo, ancora un po’ sbigottita.
Dopotutto, forse non avrei mai potuto capire come realmente si sentiva in quel preciso istante, quale forte emozione avesse travolto il suo animo mentre si avvicinava, stringendo la mia mano, alla tomba di sua madre.
Mise in moto l’auto, mi baciò meccanicamente la fronte, e tornò a guardare dritto di fronte a se.
“Quindi, dove andiamo?” ripeté.
Guardai l’orologio, un po’ stordita.
“E’ quasi mezzogiorno, Andrea. Forse è meglio che mi riaccompagni a casa, no?”
Guardò anche lui l’ora sullo schermo del suo cellulare e, dopo aver constatato quanto si fosse fatto tardi, annuì.
“Il tempo con te vola.” si limitò ad aggiungere, mentre con aria distratta mi riportava in quella casa vuota e silenziosa.
Avrei voluto continuare a stare da lui, a vivere in quella casa così accogliente e già estremamente familiare, ma dopotutto sapevo che non sarebbe stato giusto, né per lui, né per me.
Lui aveva un coinquilino a cui dover dare conto, un amico che probabilmente avrebbe potuto sentirsi a disagio a causa della mia presenza indiscreta.
Io, una volta varcata la soglia di quella casa, non avrei più trovato la forza necessaria per tornare a vivere da sola, lontana da lui.
Andrea insistette per andare a comprare qualcosa da mangiare già pronto, convinto che non avrei avuto né il tempo né la voglia di prepararmi un pranzo domenicale come si deve da sola. Ma io lo misi al corrente delle mie, come le definivo io, “spiccate doti per l’arrangiamento” e, dopo essersi fatto una lunga risata, lasciò cadere il discorso.
Accostò la macchina molto vicino alla porta e si sporse verso di me per salutarmi.
Era arrivato il momento di lasciarlo andare, di tornare nella mia tana solitaria.
Ma dopotutto chi lo aveva deciso?
“Che c’è, non mi accompagni neanche alla porta?” lo punzecchiai io, improvvisamente desiderosa di farlo salire a casa.
“Devo ammettere che effettivamente è molto lontano” rispose, indicando con lo sguardo l’uscio del mio palazzo.
“Ci sono anche le scale, metti che cado poi chi chiama l’ambulanza? Non vorrai rischiare di farmi morire dissanguata.”
Alzò gli occhi al cielo, divertito, e aprì lo sportello dell’auto per scendere dalla macchina. Lo imitai e mi precipitai subito ad afferrare la sua mano.
Mi accompagnò fino all’ingresso del mio palazzo, senza abbandonare quello smagliante sorriso che brillava più del sole. Arrivati all’ombra del balcone, si sfilò con molto charme i suoi classici occhiali da sole –che, a differenza di quanto avevo sempre pensato, non erano tarocchi- e mi rubò un bacio sulle labbra.
“Mi fai bene, sai?” disse, cingendomi la vita con le braccia.
“E cos’è di me che ti fa tanto stare bene?”
“Tutto, Giulia. È la tua presenza, la tua voglia di vivere, le tue idee. Se non fosse stato per te oggi io non averi mai trovato il coraggio di andare da mia madre, e quindi non mi sarei mai sentito così bene e in pace col mondo.”
Sorrisi, estasiata dalle sue parole, e dopo aver tuffato le mie braccia attorno al suo collo e essermi messa in punta di piedi, lo baciai con amore.
Mi lasciai travolgere da quell’insieme di sensazioni a cui, per la prima volta, sapevo dare un nome e ne assaporai l’effetto che avevano su di me.
Spinsi con forza l’antico portone di legno del palazzo, senza separarmi dalla sua bocca, e lo strascinai dentro. Ci arrampicammo quasi a stento lungo le poche scale che portavano al mio pianerottolo, mentre la foga di quel bacio aumentava direttamente proporzionale alla voglia che avevo di lui.
 Mi sbatté con decisione contro la porta del mio appartamento, afferrò i miei fianchi da sotto la maglietta e affondò il viso sul mio collo. Mi aggrappai con decisione alla sua schiena mentre, sollevandomi e prendendomi in braccio, alzava svelto la mia gonnellina bianca e avviava le sue dita verso il bordo delle mie mutande.
Difficilmente riuscii a capire ciò che stava succedendo, l’unica cosa che percepii fu la porta che improvvisamente si apriva e noi due che, più nudi che vestiti, cadevamo come pere per terra.

5 commenti:

  1. o.o e adesso???????? continua ti pregooooo!!! bellisssimooo *-*

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  2. Bellissimissimooo!! come sempre! continua!

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  3. bello,bello,bello! sono dolcissimi insieme!! <3

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